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Bibliografia

Bibilografia é una parola grande, cliccando in una sezione con questo titolo, una persona si aspetterebbe di trovare una lista di testi e pubblicazioni effettuate nel corso della lunga e brillante carriera dell’artista o dello scrittore...

Ma ogni storia, ogni favola, ogni cammino hanno un inizio e, “ahime”, una fine.

Questo romanzo é il mio primo passo nell’immensa costellazione della letteratura. Un passo fatto in punta di piedi, senza troppo rumore, fatto con tutti i rischi e i timori di chi decide di affacciarsi a qualunque costo alla finestra dell’editoria italiana.

Il mio cammino letterario inizia “sul sentiero della via lattea” un percorso magico che puó aiutarvi a realizzare i vostri sogni. C’é solo un segreto da conoscere: credere in se stessi e nel fatto che la vostra vita, la vostra esistenza é unica ed irrepetibile...

A presto.

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Camminando sul Sentiero della Via Lattea

copertina“Qual'è il confine tra sogno e realtà? Quanto è sacrificabile per il raggiungimento dei propri sogni e quanto non lo è? Qual'è la cosa giusta da fare? Le storie di Helena e Riccardo, che appassionano il lettore fino all'ultima pagina, ci accompagnano in un viaggio la cui meta è la scoperta del senso della vita e il raggiungimento della felicità. Rischiando tutto, lasciando tutto, percorrendo un cammino alla scoperta del loro io interiore trovano risposta alle domande che tutti si pongono, che molti però lasciano nascoste, insieme ai sogni, in un cassetto.” (Nota dell’editore)

Il romanzo, ambientato fra l’Europa e l’Africa, racconta le storie di Helena e Riccardo, due ragazzi distanti nello spazio geografico ma accomunati dalla voglia di lottare per realizzare il proprio sogno. I due percorrono due cammini diversi, per certi versi opposti, che arricchendoli di esperienze...

Il motivo dominante del romanzo é il tema del cammino, della ricerca del proprio io, e della realizzazione del progetto, del sogno che ci mantiene vivi.

Da qui la scelta della Via Lattea come simbolo, che con il suo fluire da est verso ovest, é sempre stata un punto di riferimento per le persone e le carovane in cammino, tanto da diventare uno dei simbolismi legati al Cammino di Santiago.

Una nota di ringraziamento particolare va al Prof. Giuseppe Galletta che mi ha fornito la stupenda immagine di copertina tratta dalla sua opera “Via Lattea”. http://www.galletta.it/giuseppe/

Buona lettura...

Un piccolo omaggio, i primi tre capitoli online...


1.  TRAMONTO A TARIFA

    Il sole era tramontato da poco, l’orizzonte era scuro, coperto dalle nubi che quel giorno erano passate sopra Tarifa senza liberare il loro carico di pioggia. Da dietro quelle nubi si sollevava un turbinio di colori che si diffondeva nel cielo tutto intorno. Macchie di giallo, nuvole arancioni, sprazzi di un azzurro intenso che si affacciavano fra il rosso violastro che avvolgeva tutto il cielo; toni e colori che lentamente lasciavano il posto a un’uniforme tonalità di blu acceso, che da sopra le nuvole andava poi sfumando verso l’oscurità.
    Quasi che il sole, morendo dietro la linea che congiunge come in un tocco magico cielo e mare, stesse lanciando i suoi ultimi disperati bagliori di vita.
    Appena più in alto, splendente come non mai, sorgeva a nuova vita il primo spicchio di luna. Accanto a lei, la prima stella della sera, l’inseparabile compagna, l’ancella che con devozione la accompagnerà e la proteggerà durante il breve ciclo di questa vita. 
    A mano a mano che il celeste si trasformava in grigio e che la luce del giorno lasciava il posto all’oscurità della notte, diventava sempre più nitida la sagoma rotonda, perfetta, di quella luna che in penombra, quasi come da dietro una tenda, osservava se stessa nascere ancora, in un ciclo perenne che si ripeteva da tempi dei tempi e che da secoli continuava ad accompagnare i sogni, le speranze, e gli amori degli uomini.
    Seduta su quello scoglio, Helena immaginava come dall’altra parte del mare quella sarebbe stata una notte di festa e di ringraziamenti indirizzati a un Dio non diverso dal suo, cui quegli uomini e quelle donne avevano appena dedicato un mese di digiuno, di astinenze, di sacrifici e di preghiere. Così diversi e così uguali, così lontani e così vicini… e nel mezzo lei, la più bella luna nascente che Helena ricordasse di avere mai osservato.
    Si recava spesso su quella scogliera, da quando, a tredici anni, cominciò ad avere il permesso per uscire da sola, e fare le prime passeggiate insieme alle amiche nella piazza del paese. Ma a Playa la Caleta era sempre andata da sola, in principio nelle ore in cui il sole riscaldava la terra ed i cuori, e poi, crescendo, in qualunque ora del giorno o della notte, anche se il momento che preferiva di più era il tramonto.
    Nonostante il nome, Playa la Caleta non è affatto una spiaggia, ma una serie di piattaforme rocciose e di banchi di sabbia che si estende alla sinistra del borgo antico, e che continua ad essere, nel tempo, il rifugio dei pescatori e di tutti coloro che ricercano un angolo di tranquillità e di solitudine di fronte al mare.
    Le piaceva chiamare quel luogo Lo Scoglio dei Sogni, si sedeva, Helena con le spalle alla sua Tarifa, e liberava la sua anima, lasciandola libera di vagare e viaggiare in quei mondi lontani e sconosciuti di cui aveva solo sentito parlare. L’Africa a pochi chilometri di là dal mare, con i suoi misteri, i suoi sapori, il suo deserto e i suoi colori. L’America dall’altra parte dell’oceano, quell’oceano che i suoi antenati avevano sfidato per realizzare il sogno della scoperta di nuovi mondi, nuovi spazi, nuove terre. Quella terra nuova i cui abitanti oggi volevano controllare il mondo. Ma soprattutto l’Europa con la sua storia, con i grandi uomini che hanno saputo realizzare le loro leggende personali, sfidando le leggi e le consuetudini del tempo, con piccole e grandi invenzioni, piccole e grandi rivoluzioni, con la filosofia, l’arte e la musica, con la voglia di guardare avanti senza paura di ciò che si sarebbero lasciati alle spalle. Era dallo Scoglio dei Sogni che lo spirito di Helena iniziava il suo viaggio ogni volta più meraviglioso, ogni volta più avventuroso.
    Il suo corpo restava lì sulla punta più meridionale d’Europa, dove era nata, dove aveva le sue radici, ma i suoi occhi chiusi potevano vedere le carovane di cammelli attraversare il deserto, uomini in turbanti, tempeste di sabbia. Poi se volgeva lo sguardo più a nord, poteva sfiorare la punta della Tour Eiffel ed osservare una città piena di luci e di colori, attraversare la Manica ed immergersi nelle verdi pianure della Scozia, e scendere di corsa lungo le calde e ospitali coste del Mediterraneo, dove anziane signore vestite di nero se ne stavano sedute davanti all’uscio di casa, scambiandosi sorrisi e parole a voce alta.
    Ma poi, inesorabile, il volo terminava, ed accompagnata da quel vento di levante che accarezza sempre le coste di Tarifa, la sua anima tornava e la risvegliava con un dolce brivido che le scuoteva dirompente tutto il corpo.
    Non era certo difficile abbandonarsi ai voli dell’anima per lei che era nata e cresciuta in quella piccola città di pescatori. Un agglomerato di case bianche che quasi si rispecchia nelle coste dell’Africa da cui è separata solo da un piccolo specchio di mare. Il luogo dove le dolci acque del Mediterraneo sposano l’impeto e la maestosità dell’oceano.
    La sua vicinanza alla terra del Sahara, Tarifa l’aveva pagata cara già nel 711 quando i mori iniziarono da lì la conquista della Spagna. Era sicuramente questo uno dei motivi che avevano fatto della gente di quella cittadina, una popolazione così attaccata alle proprie radici, alla terra, alla loro costa. Una leggenda racconta che nel 1295 i mori fecero prigioniero il figlio di Guzman El Bueno, il condottiero a cui venne affidata la difesa della città, e minacciarono di ucciderlo, se egli, a capo delle sue milizie, non si fosse arreso e consegnato Tarifa nelle loro mani. Per tutta risposta Guzman lanciò loro la sua spada affinché il figlio non fosse trafitto con una sciabola infedele. Un popolo di pescatori che aveva abbandonato le reti per impugnare le armi a difesa della loro terra e della loro fede. Oggi quel villaggio era conosciuto come “la città ventosa” meta prediletta di surfisti che si danno appuntamento sulle bianche spiagge della costa per sfidare il vento, ed ammansirlo con le carezze delle loro vele. Un vento a volte feroce, che solleva la sabbia e ne cosparge i vicoli, che costringe gli abitanti a chiudere porte e persiane e a correre al riparo delle mura domestiche.
    Helena conosceva bene la storia, già dai primi anni di scuola ogni maestra la ripeteva con fierezza, e conosceva bene il vento, la sua maestosità, la sua dolcezza, e a quel vento soleva affidare i suoi pensieri, i suoi sogni, i suoi voli. Ma conosceva bene anche quanto la radice del borgo pescatore, e tutto il resto, avevano fatto di quella stupenda cittadina meta di turisti e di surfisti, porto di collegamento fra continenti, un villaggio ancorato alle tradizioni. Alla finestra del mondo, ma con le persiane sempre semichiuse.
    «Il turismo sarà il futuro della nostra terra» le disse la madre quando fu il momento di scegliere l’orientamento scolastico. Lei avrebbe voluto ribattere, ci provò, provò a spiegare quanto forte fosse il suo amore per la danza, per il flamenco, per il teatro.
    Provò a trasmettere ai suoi genitori quella sensazione di vita, di pienezza, di comunione con il mondo, che solo l’apertura di un sipario era in grado di farle provare. Quando di colpo il buio si fa luce, e gli occhi vengono accecati dai fari della ribalta, e non ci sei che tu, tu con la tua arte, la tua musica, il tuo corpo. Ad esibirti. E non importa se davanti a te ci sono due persone, duecentomila o nessuno, perché non è per loro che tu sei lì, ma per te stessa.
    «La vita non è un sogno, c’è bisogno di un lavoro vero, di una professione, di un futuro. Quanti prima di te hanno sognato di diventare grandi artisti e si sono poi persi nella quotidianità. Non perdere il tuo tempo Helena, concentrati su qualcosa di concreto. Il flamenco e i tuoi sogni non riempiranno la tua rete, non il tuo piatto».
    Da quante voci diverse aveva sentito quelle parole, quante ferite le avevano inflitto nel profondo del cuore, ma lei non voleva arrendersi, non voleva lasciar svanire i suoi sogni, ma vederli realizzati e camminare sul sentiero della vita con loro. E così aveva completato gli studi, si era finalmente diplomata operatrice turistica, sapeva tutto di come si doveva gestire un albergo, conosceva la contabilità, la storia e le leggende della sua terra. Ma aveva anche avuto modo di studiare le lingue, e soprattutto, non aveva mai abbandonato il suo sogno. Aveva continuato a danzare, bella come non mai, sensuale come nessun’altra.

2.  L’ULTIMO CONCERTO

    Le mani scorrono leggere sulla tastiera del pianoforte, l’ultima nota di un concerto che ha dato al pubblico emozioni forti, indimenticabili. L’applauso esplode pieno di calore, di entusiasmo, Riccardo si alza, nell’anima una sensazione di pienezza, di trionfo ed appagamento, che solo la sua musica sa fargli provare. Pochi passi in avanti verso la ribalta e i riflettori, un lungo inchino a ringraziare chi per più di un’ora ha solcato le vie, i paesaggi e i colori che le note del suo pianoforte hanno disegnato. Il panno rosso del sipario si chiude lentamente davanti al suo viso bagnato da una lacrima. Terminava così il suo ultimo concerto, lontano da casa, nell’auditorium dell’Università di Bologna.
    Questa volta ad attenderlo dietro le quinte non c’era nessuno, era stato un suo desiderio, e forse per la prima volta, tutti in famiglia lo avevano rispettato.
    Camminò lentamente verso il suo camerino ignorando i commenti e i complimenti di tutto lo staff tecnico, entrò e si tolse la giacca; la decisione era presa.
    La musica, l’arte non riempiono il piatto.
    Da un palco laterale arrivavano ancora gli applausi della mamma e del papà che stavolta avevano seguito il concerto mescolati al pubblico, per rispettare la richiesta di Riccardo, a sua insaputa, con gli occhi colmi di emozione. Lo avevano visto crescere davanti al pianoforte, spenderci i pomeriggi mentre gli altri bambini giocavano a pallone, le serate mentre gli amici vivevano la loro età, le notti insonni, e non capivano ancora perché Riccardo fosse pronto ad abbandonare la sua vita, i suoi sacrifici.
    «Perché? Per amore? Per Marianna? No mio Dio, no per favore. Non può quello essere amore; non può quella essere la donna della vita di mio figlio. Non sono una madre isterica e questo non è un urlo di gelosia, ma solo il pensiero profondo di una donna che ama suo figlio, suo marito e che non ha trovato amore negli occhi di quella ragazza. Quegli occhi...».
    «Andiamo Rosa, dobbiamo uscire da qui, meglio andare insieme a tutti gli altri».
    Alfredo le porse un fazzolettino, le strinse la mano attorno alla spalla e la aiutò ad alzarsi abbracciandola con tutta la dolcezza di cui era capace.

3.  L’ANGELO

    «I tuoi pensieri sembrano esser profondi come l’Oceano e i tuoi sogni volare lontano come quei gabbiani». Quella sera Helena era così immersa nella sua anima, che non si accorse neppure di quell’uomo che si era seduto accanto a lei. In fin dei conti, dopo tanti anni, quella era la prima volta che qualcuno le si avvicinava su quella scogliera. Si voltò, quasi soprappensiero, come se fosse appena stata risvegliata da un sonno profondo. Affianco a lei c’erano due occhi azzurri, intensi, carichi di mistero, che la fissavano con un sorriso che ispirava dolcezza, incastonati nel viso di uno sconosciuto. Helena conosceva pressoché tutti gli abitanti di Tarifa, ma quegli occhi, quel sorriso, no, era sicura, non li aveva mai visti prima.
    «Perdonami, è stato più forte di me. Ti ho vista seduta qui, da sola, e mi sono avvicinato, ma il tuo sguardo era perso nel vuoto, assente. Così ho deciso di sedermi qui al tuo fianco ad aspettare che tornassi».
    «Che tornassi… e da dove, non mi ha vista, sono sempre stata seduta qui».
    «Puoi ingannare i tuoi amici, i tuoi genitori, forse, ma non puoi e non devi mai cercare di ingannare te stessa. Il tuo volo era così alto, così intenso che solo uno stupido non se ne sarebbe accorto».
    «E allora significa che di stupidi nella mia vita ne ho sempre avuti intorno parecchi». Sussurrò Helena con un sospiro, fissando gli occhi sul mare che lentamente andava scurendosi con il calare della notte.
    Non era sua abitudine dar confidenza a una persona mai vista prima, ma qualcosa negli occhi di quell’uomo dall’età indefinita, le aveva subito ispirato tranquillità. Non si era mai sentita in pericolo, e lui d’altronde aveva fatto il suo ingresso in scena, nei suoi pensieri con una tale delicatezza, che era praticamente impossibile sentirsene disturbati. Il suo viso era pulito, il suo sorriso sereno, la barba non rasata da almeno un paio di giorni, i capelli lunghi e leggermente mossi che si appoggiavano sulle spalle, un jeans ed un maglione di lana color verde marcio. La sua voce era decisa, ma delicata allo stesso tempo, e diceva cose che nessuno aveva mai pronunciato prima.
    «Non è un delitto sognare» continuò l’uomo «ma il delitto più feroce che una persona possa commettere contro se stessa è il rinunciare ai propri sogni. C’è una fase nella vita di ognuno di noi, in cui la quotidianità, la routine, ci imprigionano in una specie di trappola che ci fa convincere che in fondo i nostri sogni non erano che miraggi infantili, e lentamente li seppelliscono nell’arido deserto della quotidianità».
    «E lei che ne sa dei miei sogni, della mia vita, della mia routine? Non so neppure chi sia…». Tacque per un istante, quelle parole stavano penetrando non solo la sua mente, ma la sua anima.
    Il vento le accarezzava il corpo e faceva svolazzare i capelli all’indietro lasciando scoperto il suo bel viso. Da quegli occhi scuri e profondi, dalla forma leggermente allungata scese leggera una lacrima. Helena la asciugò cercando di non farsi notare dallo straniero ed ingannando se stessa diede la colpa al vento e si voltò.
    «I sogni non riempiono il piatto…» sussurrò.
    «No ma riempiono il cuore e l’anima degli uomini e delle donne e, se genuini, danno loro la forza di riempire il piatto e la serenità di una vita felice». Rispose lo straniero.
    «Domani dovrò andare a Madrid ed iscrivermi all’Università di Economia. Devo pensare al mio futuro mi dicono e così...».
    «E così ti arrendi, e lasci che la quotidianità prenda il sopravvento...».
    «Vede se si ferma a pensarci un attimo, e mi creda io lo faccio spesso, loro non hanno poi tutti i torti. Io sogno un futuro d’artista, voglio dedicare la mia vita al ballo, alla musica, ma se per caso non dovesse andare bene? Se non dovessi sfondare? Se non fossi brava abbastanza? Chi lo dice che il mondo è là solo ad aspettare di vedere Helena ballare su un palco?».
    «L’unica persona che può rispondere a queste domande cara ragazza, sei tu stessa. Solo provando saprai se sei all’altezza, scappando non lo saprai mai, e resterà per sempre in un angolo nascosto della tua anima un senso d’angoscia che ti tormenterà quando meno te lo aspetti, che ti verrà a trovare nei tuoi sogni, e che si farà di giorno in giorno più forte. E quando un giorno sarai triste, o sola, o delusa per qualcosa che è successo, lui riemergerà ed il cuore ti dorrà mentre ti chiederai ancora una volta come sarebbe stata la tua vita se avessi seguito i tuoi sogni».
    L’oscurità della notte stava lentamente cancellando tutti i colori che avevano infiammato Playa la Caleta al tramonto, e nel cielo si andavano accendendo una dopo l’altra tutte le stelle che avrebbero illuminato la notte e fatto da guida ai pescatori.
    «Quando qualcuno prova veramente a realizzare i propri sogni, tutte le forze dell’universo complottano per aiutarlo, ti è mai capitato? È come se una regia occulta si mettesse di colpo al lavoro per fare in modo che tutto vada proprio come deve andare. Certo, ostacoli e difficoltà ce ne sono sempre, ma se dentro di noi c’è l’energia giusta per reagire, il mondo degli angeli si schiera al nostro fianco e combatte per noi, con noi». Helena ascoltava in silenzio le parole dell’uomo, intrigata da quello sguardo.
    «Tu usi parole che ho già letto su qualche libro. Ma chi sei? Da dove vieni? Non ti ho mai visto a Tarifa».
    «Una volta mi vedevi, e parlavi con me tutti i giorni, giocavamo insieme, correvamo sui prati, ero il compagno della tua infanzia, ma poi un giorno d’un tratto, crescendo hai smesso di parlarmi, di cercarmi, e lentamente hai lasciato che io scomparissi ai tuoi occhi e ti sei tuffata nel mondo. Io però ero sempre lì accanto a te, a suggerire pensieri, a guidare i tuoi passi, a proteggere il tuo cammino, invisibile come tu mi volevi, fino ad oggi, fino al momento in cui mi hai chiesto di farti volare sopra mondi a te ancora sconosciuti, e di aiutarti guardare al di là di Tarifa, al di là di questo scoglio, e dentro il tuo spirito».
    Helena sentì un brivido correrle lungo la schiena ed una sensazione mista a freddo e paura s’impadronì di lei improvvisamente. Alzò gli occhi verso il cielo oramai scuro e stellato cercando di capire. Mille pensieri e mille ricordi confusi le affollarono di colpo la mente. Si rivide bambina correre sui prati con i lunghi capelli al vento e rivide affianco a se quel compagno inseparabile a cui voleva così bene, quell’amico sincero che i grandi chiamavano invisibile, e che crescendo la costrinsero a rinnegare come fosse una mera invenzione della sua fantasia puerile.
    La paura svanì, la sentì quasi uscire e allontanarsi da lei come un soffio. Un calore dolce e soave cominciò a riscaldarla, e fu presa da una sensazione di serenità che non provava più da tanto tempo.
    Si voltò di nuovo verso lo straniero, il compagno ritrovato, con il volto aperto da un sorriso carico di felicità. Si voltò e non lo trovò più. Accanto a lei non c’era più nessuno, era di nuovo sola nella notte di Tarifa, sullo Scoglio dei Sogni. Si alzò, le gambe tremanti, e si avviò verso casa in silenzio.
    Era tornato davvero? Era stato solo un sogno? E se era vero, allora lui chi era? Dove era stato? Dove era scappato di nuovo? Mentre queste ed altre mille domande le scorrevano veloci nella mente, il vento le accarezzò i capelli e una guancia, e lei ebbe netta l’impressione che quella carezza venisse dalla sua mano invisibile.
    Sorrise, e riprese il cammino. Ora si sentiva felice e sicura di sé come non mai.